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martedì 13 novembre 2012

Il Cuore della Città


Tutto intorno a lui era quieto.
Le ombre della città si stavano allungando nella tenue luce rossastra del tramonto, avvolgendo con tentacoli scuri le vie ed i vicoli, mentre facevano risplendere di una strana luce malsana le facciate degli edifici rivolti ad ovest.
La parte vecchia della città era avvolta invece dalle ombre degli edifici più grandi che la circondavano, e già da molto tempo le sue piccole strade erano sommerse nelle tenebre. Qui vivevano poche persone, per lo più anziani ed emarginati, e a quell'ora del crepuscolo le vie erano semideserte.
Ogni tanto incrociava qualche gruppo di giovani, seduti di fronte alle porte degli edifici o appoggiati alle proprie macchine, intenti a fumare o litigare tra loro. Altre volte intravvedeva gruppi più piccoli sgattaiolare nei vicoli verso il loro prossimo misfatto.
Di tanto in tanto la quiete veniva interrotta da un rumore più forte, come il passaggio di un'auto o il distante rumore di qualcosa che si spezza, forse addirittura uno sparo.
Si avvolse ancora di più nel lungo cappotto nero, cacciandosi le mani in tasca per ripararle dal freddo umido che cominciava a serpeggiare per quelle vie, come una creatura orribile che, svanita la luce del sole, usciva dai tombini e dalle fogne strisciando alla ricerca delle sue prede. Scacciò quel pensiero scuotendo il capo, e le ciocche di capelli scuri gli andarono a coprire gli occhi.
Svoltò.
Si ritrovò in una strada più piccola e tortuosa di quella appena abbandonata, giusto larga abbastanza per far passare due persone affiancate. Ai lati di questa, incastrati nelle fiancate di alti edifici, si ergevano antichi portoni incassati. Certi erano chiusi con pesanti porte di ferro o di legno, mentre altri erano aperti e davano su cortili interni abbandonati e selvaggi di palazzi un tempo ricchi e sfarzosi. Tutto era rovina ed anticaglia.
Qui e lì si intravvedevano vagabondi sdraiati o gruppetti di strane persone condurre affari probabilmente piccoli, meschini e probabilmente loschi, ma lui non era qui per questo.
Cambiò strada un altro paio di volte e pareva che ad ogni volta che svoltasse queste si stringessero sempre più. Seguiva uno schema nel suo percorso, come una logica nota soltanto a lui. E ogni volta che cambiava strada ne imboccava una ancora più stretta. Incrociava sempre meno persone e sempre più spesso queste persone erano strane, diverse. Alcune avevano occhi di colori strani, altre pareva nemmeno provenissero da questo mondo tanto erano perse nelle loro stesse menti. Alcune invece erano individui oscuri come lui stesso e si nascondevano tra le ombre dei cortili sotto alle fronde degli alberi, come a voler rifuggire i raggi pallidi della luna.
La strada che stava seguendo si interruppe quando ormai era talmente stretta che, a parte quando incrociava l'androne d'una porta o l'apertura su un cortile a fare spazio, doveva procedere camminando di traverso. Lì il vicolo sbucava su una piccola specie di piazza semicircolare. Di fronte a lui, ad interrompere quel cerchio di bassi muretti che partiva ai lati dello sbocco della piccola via, stava un edificio largo più dello spiazzo stesso e che su questo affacciava il suo ingresso. Questa era una porta a doppia anta di un verde scuro, quasi marcio, ornata da spesse borchie di vecchio metallo.
La porta era leggermente rialzata e sulla scalinata quadrata che saliva stava una figura. Pareva piccola. Avvolta in uno spesso mantello nero. Sotto al cappuccio si poteva intravedere un volto senza età, ma sgraziato e brutto nei lineamenti, con un naso sporgente ed un mento nodoso come la radice di un albero secolare. Dalla schiena gli spuntava una gobba che gli dava un'aria irreale e la posizione delle braccia faceva sembrare che questi fosse un uomo estremamente alto la cui colonna vertebrale, attorcigliata in maniera strana, si ripiegasse su sé stessa dando quello strano effetto ingobbito. Le lunghe braccia pendevano ai suoi fianchi ed aveva un'aria annoiata. Lo sguardo che vagava avanti ed indietro alla ricerca di qualcosa su cui posarsi come se quello scenario che aveva davanti fosse sempre lo stesso da giorni e giorni, e forse era proprio così.
<<Finalmente...>> Borbottò quella strana figura non appena vide l'estraneo introdursi nella piazzetta e cominciò a muoversi verso di lui con una andatura lenta ed ondulante. <<Che ne hai messo di tempo!>>
<<Sei un buon guardiano, Lachamot.>> Rispose questi, man mano rallentando mentre la figura del gobbo si avvicinava mostrando che in realtà era tutt'altro che piccolo e rachitico, ma alto e imponente nonostante fosse curvo. <<Ti ho chiesto un favore e in cambio te ne ho esaudito un altro. Non temere. I patti sono stati mantenuti.>> E così dicendo estrasse da sotto la giacca una piccola moneta. Sembrava antica, ma la stampa precisa era illeggibile dato che il piombo non aveva mantenuto bene la sua forma per tutto quel tempo. Qui e lì si intravvedeva ancora la doratura che le era stata applicata dal falsario che l'aveva prodotta molto tempo prima.
<<È autentica?>> Chiese Lachamot.
<<No.>> Rispose lo straniero in tutta sincerità e gliela porse.
Il guardiano lo guardò con sospetto. Prese la moneta con le lunghe dita ossute e la soppesò attentamente, scrutandola con quei suoi occhi torbidi. Sulle prime non sembrava soddisfatto e continuava a lanciare occhiatacce all'altro come se volesse vedere se questi stava mentendo. Si cacciò poi la moneta in bocca e, dopo averla morsa e masticata, la deglutì.
<<Soddisfatto?>> Chiese lo straniero.
Lachamot lo guardò trovo. <<Per ora sì.>>
<<Per ora...? Avevamo un accordo, ricordi?>>
L'altro borbottò qualcosa e attorno a lui s'addensò l'ombra. Pareva che la notte si stesse facendo più fitta, come se da sotto al suo mantello uscisse lentamente ombra solida. Chiaramente non era contento.
<<Io ti ho dato quanto mi avevi chiesto. Ora tu portami da lei.>>
<<Come vuoi, Lewis.>> Ringhiò il gobbo. <<Ma non pensare che la prossima volta sarò così generoso con te.>>
Lachamot si girò e risalì i suoi gradini e lentamente si aprirono le porte di fronte a lui. La notte si fece sempre più buia e il cielo stava oscurando la luna e la luce di quelle poche stelle che si vedevano oltre agli aloni luminosi della città.
<<Prego...>> Grogogliò il guardiano della porta, cedendogli il passo.
Lewis entrò.
Si trovava in uno di quei vecchi edifici di epoca coloniale. La struttura in legno e muratura era visibile in più punti dove l'intonaco e l'antica carta da parati avevano ceduto e qui e lì s'accumulavano collinette di detriti marcescenti. I mobili che avevano retto al tempo e all'umidità rimanendo abbastanza integri si ergevano cupi lungo le pareti rovinate. Librerie, armadi, cassettoni e mensole si trovavano in ordine sparso in giro e certe volte anche rovesciati per terra.
La prima stanza che incontrò dopo aver attraversato un breve corridoio le cui pareti erano dipinte di verde e quello che una volta doveva essere bianco era una specie di salone. Lungo le pareti di questo salivano delle scale di legno dall'aspetto avvizzito e marcio, ma ancora integre. Al centro, appoggiato al muro di fronte a lui, stava un grosso orologio a pendolo imponente come un armadio, ma fermo ad un'ora di molto tempo fa. L'odore di chiuso e di vecchio rendevano l'aria irrespirabile. Anche la polvere era ormai talmente spessa ed intrisa di umido da appiccicarsi alle superfici creando una patina quasi solida.
Lewis cercò di ignorare tutto questo e prese la scala sulla sinistra. Tutta la struttura cigolava e scricchiolava ad ogni suo passo e più di una volta dovette ritirare il piede da dove l'aveva appoggiato, sentendo il legno farsi morbido e cedevole sotto al suo peso. A metà percorso, dove raggiungeva la parete in fondo alla stanza, la scala girava verso destra andando ad unirsi alla sua altra parte al centro della sala, sopra al vecchio orologio.
Quando raggiunse l'ultimo gradino sentì sotto di lui suonare dei rintocchi lenti e tristi, che altrettanto lentamente e tristemente percorrevano l'aria come onde sospinte dal mare placcido. Si udirono degli scricchiolii e davanti a lui, in fondo ad un altro corridoio che iniziava dove la scalinata finiva, si aprì una porta.
Il corridoio era piuttosto lungo e le mura di questo erano storte al punto che il percorso stesso fra queste pareva serpentino. Ad intervalli irregolari si aprivano altre porte su quello spazio angusto, ma tutte erano chiuse e Lewis non poté curiosare oltre. Decise così di dirigersi direttamente a quella che gli si trovava davanti. Alle sue spalle sentì i rintocchi dell'orologio affievolirsi e poi un tonfo mentre il portone che dava inizio a quel corridoio si chiudeva pesantemente. "Dannazione." Pensò. "Dovevo fare più attenzione..." Scosse il capo facendosi avanti fino a raggiungere quell'apertura, il più lontano possibile da quei cupi rintocchi che ancora lo perseguitavano attutiti ma non smorzati dal portone di legno dietro di lui, e sbirciò oltre.
La stanza era grande forse la metà del salone che si trovava all'ingresso, ma l'ordine le dava un aspetto più spazioso. Lungo tutte le pareti erano state allineate delle librerie, tutte di fattura diversa, cariche di libri e pergamene dall'aspetto antico. Lewis sapeva che quelle dovevano contenere tutta la storia della città. Era per questo che era venuto fin qui. Qui e lì l'immensa parete di librerie s'interrompeva per lasciare spazio ad una finestra, ma anche in questo caso nemmeno un millimetro di parete era lasciato libero ed i mobili circondavano letteralmente l'apertura su tutti i lati. Le finestre stesse erano in grandissima parte sbarrate con assi di legno e la debole luce della città filtrava pochissimo e illuminava poco o nulla. L'unica fonte di luce erano una serie di candelabri poggiati su di una scrivania in legno massiccio posta al centro della stanza, che reggevano molte candele ormai sciolte e ridotte a poco più che cumuli di cera incrostati sulla superficie del tavolo.
Dietro alla scrivania sedeva una donna. Questa era ovviamente vecchia e la sua pelle rugosa era del colore della pergamena e coperta di inchiostro. Lewis si avvicinò di qualche passo e vide che quell'inchiostro sulla sua pelle si muoveva e ricreava forme sempre nuove: scritte, disegni, simboli. Di fronte a sé teneva un libro aperto, che accarezzava con un dito, ma laddove il dito toccava lasciava delle scritte disordinate o produceva dei segni incomprensibili. Era tanto china sul suo lavoro che non si accorse nemmeno del suo ospite finché i rintocchi dall'orologio nel salone non cessarono e finalmente udì scricchiolare poco lontano da lei il pavimento.
Sollevò lentamente il capo, quasi come se l'ossatura si stesse riadattando ad una nuova conformazione, ed il viso nascosto dai lunghi capelli grigi e macchiati da chiazze di inchiostro si fece più visibile. Con grande stupore vide un volto di fanciulla, bella ma inespressiva, con la pelle grigia e senza tempo ricoperta anche questa dal quello strano inchiostro che sgorgava dalle voragini nere laddove avrebbero dovuto esserci gli occhi.
<<Benvenuto.>> Disse il Cuore della Città. <<Ti stavo aspettando...>>

mercoledì 24 ottobre 2012

Chiodi nelle Ali - work in progress

Sto lavorando al mio primo (racconto lungo? Romanzo?) di tema horror...
Devo dire che mi sto divertendo parecchio! XD

Ecco a voi un piccolo stralcio...



   Non credo dimenticherò mai la prima volta che la vidi.
Non so spiegare cosa mi fermò, quale maledetta pazzia mi portò a rallentare il passo e a fermarmi del tutto per guardarla: di certo, a un'occhiata distratta, non aveva nulla di notevole... eppure, per qualche motivo, i miei piedi si inchiodarono al suolo, impedendomi di proseguire.
   Lei se ne stava lì, i capelli mossi dal vento e le labbra serrate.
Guardava dritto davanti a sé con un'intensità che metteva i brividi: benché mi trovassi a un centinaio di metri da lei, non pareva aver notato la mia presenza.
   Era una bella serata di inizio estate.
La luce rossastra del tramonto annegava nei campi sfiorati dalla brezza leggera. Un acquazzone aveva rinfrescato l'aria in modo molto piacevole, le gocce che ancora splendevano sulle foglie degli alberi come piccoli diamanti.
L'odore di erba tagliata era soffocante.
   Ricordo di aver pensato ci fosse un che di nobile nel modo in cui stringeva al petto quello scialle scuro, nella sua presa, forte e gentile al tempo stesso. Mentre la guardavo, ebbi la netta impressione che, se quel tessuto così semplice e privo di decorazioni fosse volato via insieme al vento, lei avrebbe perso consistenza, sarebbe sbiadita come se la sua stessa ragione di essere l'avesse abbandonata: una farfalla senza più ali.
I nostri occhi si incontrarono solo una volta.
Ebbi paura.
Se solo avessi potuto immaginare ciò che sarebbe successo, ne avrei avuta molta di più.

sabato 6 ottobre 2012

Un po' di orrore...

Salve a tutti da Cordelia! (^^)
Questo week end vi lascio con un mio simpatico mini racconto horror... Devo dire che ho scoperto di divertirmi molto con questo tipo di storie.
Di sicuro non sarà l'ultima.

La storia di quella casa, eh?
Ve la racconterò, così come a me la raccontò il vecchio Joe...
Erano arrivati due mesi prima.
Una coppia strana, a detta di tutti: giovani, ma coi capelli già grigi e gli occhi scavati dalle rughe. C'era da chiedersi come avessero potuto mettere al mondo una bimba così vispa e graziosa: un angioletto dai capelli nerissimi, che non faceva altro che correre di qua e di là. Non si sarebbe potuto immaginare niente che stridesse di più con quei due genitori slavati e stanchi di vivere.

Bastò una settimana perché in tutto il quartiere non si facesse che mormorare a proposito delle strane urla e cantilene che si udivano provenire da quelle mura cadenti.
Stregoneria, dicevano tutti.
La zingara che viveva nella baracca a est del fiume aveva appeso strani pezzi di stoffa alla tenda che le faceva da porta, e aveva smesso di uscire di casa, dopo il tramonto. Diceva che il male era entrato in quella vallata. Diceva che era colpa loro se gli animali morivano e i bambini cadevano preda delle febbri.
E questo non era tutto.
La moglie stava sempre in veranda o in cucina: quando era in veranda, guardava il vuoto accarezzando i gatti, mentre quando era in cucina guardava sempre il vuoto ma... li cucinava i gatti. O almeno questo era ciò che sostenevano i ragazzi del quartiere.
Il marito non si vedeva mai. Che lavoro facesse nessuno lo sapeva, ma usciva tutte le mattine all'alba, trascinando dei sacchi che puzzavano di marcio.
I bambini dicevano alle mamme che la loro nuova amichetta aveva sempre strani lividi intorno al collo e scoppiava a piangere ogni volta che vedeva un gatto. Aveva paura.
La gente era terrorizzata, ma soprattutto provava pena per quella povera creatura. Come si poteva fare per allontanare quella bimba innocente da quella casa sacrilega?!
Il vecchio Joe, che abitava proprio dall'altra parte della strada, ci pensava e ripensava ogni notte. Pipa alla bocca, seduto nella sua veranda, quante volte aveva visto la piccola sgattaiolare fuori furtiva nel cuore della notte, per sfuggire alle urla e le percosse?
Qualcosa bisognava pur fare!
Infine, una notte, le grida dell'uomo erano diventate alte a tal punto che il vecchio Joe, preso coraggio – e fucile, si era avviato verso la casa, deciso a fermare quei due pazzi.
Spalancata la porta, aveva scorto una scena che gli aveva gelato il sangue nelle vene: la bambina, in piedi sul tavolo, picchiava la madre sulla schiena con un lungo bastone.
Dal forno provenivano un odore nauseabondo e dei gemiti soffocati.
“Come hai osato tentare di nuovo di uccidermi? Tu... Stregone da strapazzo!” aveva strillato la piccola vocina infantile, folle di rabbia, rivolta proprio al forno. “Io sono il famiglio che vi ha dato Satana!”
La donna l'aveva allora afferrata per il braccio, sopportando le sferzate.
“Uccidila!” aveva implorato rivolta al vecchio Joe. “E brucia tutto!”
Quando, la mattina successiva, le fiamme erano state domate, accanto al corpo carbonizzato della donna, era stato ritrovato il cadavere di una specie di enorme ratto, con un foro di proiettile nel cranio.

lunedì 1 ottobre 2012

Stelle Cadenti


Pioveva fuoco dal cielo, questo pensò Karl guardando fuori dalla sua capanna in mezzo ai campi. Impaurito spense la candela, temendo che il cielo vedendo dall’alto la sua luce avrebbe gettato tutta la sua furia contro di lui. Aveva perso la moglie anni prima, dalla quale non aveva avuto figli. Ormai i suoi capelli castani erano diventati grigi ed intorno ai suoi occhi color nocciola c’erano rughe, la pelle era scottata dal sole per colpa dei suoi giorni in mezzo ai campi. La sua era una vita dura, una vita fatta di sacrifici. Aveva quel piccolo terreno che gli dava abbastanza da vivere lì lontano dal villaggio. Gran parte di quel che guadagnava veniva speso in birra. Non era di certo l’ubriacone del paese, ma ci andava tristemente vicino. Gli restava solo l’alcool come fonte di gioia in una vita patetica, una vita senza senso da quando la sua donna se ne era andata, senza figli, un lavoro faticoso e privo di gioia. Eppure ora aveva paura di morire. Se ne stette rannicchiato, ad osservare dalla finestra. 
Stelle cadenti, le chiamavano così quando il cielo crollava. Di tanto in tanto lanciava nervose occhiate alla luna piena, temendo che anche quella gli sarebbe caduta addosso, ma lei rimase lì. Invece vide chiaramente una stella tutto d’un tratto cadere dall’alto verso la sua destra e piombare all’interno del grande bosco davanti ai suoi campi. Il boato fece tremare la terra e la polvere dalle travi si riversò all’interno dell’unica stanza in cui si trovava il contadino. Gli alberi si piegarono sospinti da un improvviso vento. Il lampo che ne seguì lo costrinse a chiudere gli occhi e mentre si tappava le orecchie si chinò sotto la finestra. La capanna tremava. Un secondo bagliore più debole lo spinse a stringere ancora di più le palpebre spaventato e la terra tremò ancora anche se leggermente. Quando riaprì gli occhi la pioggia di fuoco era finita, il cielo notturno era sgombero.
Fuori dalla capanna la notte era troppo silenziosa: non c’era il solito canto dei grilli o il suono di qualche animale notturno e l’aria era carica di qualcosa che Karl non riusciva ad identificare. Guardò verso il bosco. I pini in lontananza erano visibilmente piegati, parecchi aghi erano caduti dai loro rami ed ora il terreno era coperto da un manto verde scuro. Si sentiva attratto, come trascinato in quel luogo buio a quell’ora della notte. Fortunatamente la luce della luna rendeva obsoleto l’uso della torcia e per di più aveva troppa paura per rendersi così visibile da lontano. Prese l’accetta vicino ad una catasta di legna da ardere e si addentrò nel bosco, a capo chino attento a dove mettere i piedi per non incespicare in qualche ramo, sasso o buca.
L’aria carica di odori lo accolse. Da qualche parte una volpe correva in direzione opposta seguita da una lepre e man mano che si addentrava sempre di più vedeva animali correre via o nascondersi nelle insenature del terreno, in buche, tra i rami. Tutto ciò turbava Karl, ma era come se un filo invisibile lo trascinasse, facendolo andare avanti. Gli alberi ora erano fortemente inclinati, alcuni erano persino caduti. Fino a quando arrivò ad un tratto dove si ergeva una selva di pini bruciati, di cui però ancora pochi si ergevano come scheletriche dita nere e la luce filtrava meglio. Karl guardò con cura ora che poteva e vide che al centro preciso di quella selva i pini erano spariti, lasciando al loro posto la cenere nerastra, circondando un gigantesco cratere.
Il contadino si fece coraggio, facendosi avanti in mezzo a quella distesa piana piena di cenere nerastra, avvicinandosi man mano all’enorme cratere sempre più attirato. Non sapeva cosa sentiva di preciso, c’era curiosità, c’era paura, ma anche qualcos’altro, un desiderio, ma non riusciva a capire di cosa con esattezza. Prima che potesse affacciarsi però sentì un rumore: Zoccoli contro il terreno dall’altra parte del cratere. Forse non li aveva sentiti prima, forse quella tensione lo aveva distratto, si voltò e corse a perdifiato verso uno degli alberi inceneriti, il primo che trovò fu il suo nascondiglio ed attese qualche istante là dietro. Sentì quei rumori farsi sempre più vicino, fino a fermarsi, poi dei rumori di passi ed una voce:
< Voi due, controllate cosa c’è là dentro. > Una voce maschile ed imperiosa sovrastò ogni rumore.
Il contadino ancora una volta si fece coraggio, socchiuse gli occhi per mettere bene a fuoco. Erano una ventina di uomini, erano ben visibili perché portavano delle torce. Erano dei soldati, probabilmente delle guardie del Lord dato che portavano la sua insegna: Un corvo nero in campo bianco, portavano pettorali in cuoio, cotta di maglia ed un elmo aperto. Ora erano tutti a piedi tranne due, quello che sembrava il loro comandante da come dava ordini ed un uomo incappucciato che cercò di seguire due soldati, proprio quelli che si avvicinavano al cratere. Il cavallo dell’uomo si incaponì, non voleva muoversi, incominciò a nitrire, ad agitarsi, a scalciare, tanto che l’uomo incappucciato alla fine fu costretto ad arretrare, solo a quel punto il suo destriero sembrò calmarsi. I due mandati in avanscoperta si muovevano a passi lenti, uno di loro incominciò a sollevare la torcia che portava, una volta raggiunto il ciglio del cratere la sporse in avanti, quando il braccio fu protratto totalmente le cose cambiarono radicalmente. La torcia venne lasciata cadere nel vuoto e la guardia lanciò un urlo spaventoso, folle, arretrò e si accasciò a terra. L’altra incominciò a correre via, urlando di continuo:
< Scappate! Fuggite da qui! > I soldati incominciarono ad agitarsi, tranne il comandante e l’uomo incappucciato.
< Prendetelo, non lasciatelo scappare. > Ordinò quest’ultimo, un paio di uomini partirono di corsa per raggiungere quel povero pazzo.
Alla fine il comandante e l’altro scesero da cavallo, seguiti dal resto del gruppo. Presero una torcia, guardando verso il basso, il comandante arretrò di un passo, Karl poteva vedere da lì una traccia di paura e disgusto apparire e svanire dal suo volto. Finalmente riuscì a vedere il volto dell’uomo incappucciato, era un uomo maturo, dalla pelle olivastra, capelli neri come gli occhi e tratti acuminati, aveva un aspetto decisamente insolito da vedere in quel luogo. Qualsiasi cosa ci fosse là sotto non lo turbò particolarmente, lo disgustò, ma poi apparve un sorriso sulle sue labbra sottili.
< Come facevi a sapere che sarebbe stato qui? > Chiese il comandante, voltandosi verso l’uomo incappucciato, quello si mise a ridere.
< Non sapevo che ci sarebbe stato lui ma che le stelle sarebbero cadute, è successo molto tempo fa e doveva succedere di nuovo. > Si voltò verso il vecchio, con un ghigno divertito. Aveva un accento che non era di nessuna terra da quel lato del mare. < La storia si ripete sempre, non solo quella degli uomini. Anche l’altra volta la pioggia di stelle portò non solo vecchie rocce con sé. >
Da là sotto arrivarono orrendi versi, suoni che non aveva mai sentito il contadino, come se uscissero da qualcosa che non poteva essere di quel bosco, nessun lupo, nessun cervo, capriolo o cinghiale emetteva suoni simili, quei suoni fecero rabbrividire non solo lui. Molti soldati si agitarono, altri incoccarono le frecce, sfoderarono le spade o afferrarono le lance.
< Fermi! > Ordinò lo straniero, alzando la mano destra. < Dobbiamo cercare di prenderlo vivo, da morto non ci servirà nulla, branco di sciocchi! >
Poi si chinò, portandosi la mano destra alla tempia, il comandante strabuzzò gli occhi e quei suoni si attenuarono.
< Co-Cos’era quella voce? > Domandò il vecchio, i soldati abbassarono le armi ma si scambiarono occhiate perplesse.
< Ma signore, io non ho sentito nulla. > Spiegò una delle guardie, lo straniero lo azzittì con un’occhiata.
< Non stava parlando alle nostre orecchie, ma alle nostre menti. E’ potente quanto credevo, dobbiamo fare attenzione … potrebbe aver chiamato qualcuno. > Detto ciò guardò gli uomini. < Voi, circondate la buca, gli altri controllino che non ci siano estranei. >
Gli uomini incominciarono a disporsi intorno al cratere, ma altri presero a sparpagliarsi, un paio si stavano avvicinando proprio a lui. Karl non perse tempo, diede un’ultima occhiata ed incominciò a correre lontano da lì. Man mano che correva le voci si fecero distanti, sentì quegli orrendi versi ancora una volta, ora molto più alti di prima, risposero così altri suoni: corde tendersi, altre lame venir sfoderate, poi rumore di roccia e terriccio, forse qualcuno si stava calando nella fossa. Poi un urlo lo travolse, tanto chiaro da fargli accapponare la pelle.
< Aiuto! Aiutatemi vi prego! > Ma non si voltò. Karl voleva tornare alla sua patetica vita.


Questo è il primo episodio di una serie, che andranno a comporre un racconto breve dall'evocativo nome "Dèi Caduti" composto da uno dei nostri primi "seguaci"

Daniel T. è un ragazzo di 23 anni appassionato di scrittura fin da adolescente. I suoi interessi in campo letterario variano dal fantasy all'horror, tra i suoi autori preferiti si possono citare George R.R. Martin, J.R.R. Tolkien, H.P. Lovecraft ed Edgar Allan Poe.

Per mandarci i vostri racconti, le vostre proposte, idee o novità potete scriverci a bastionsofillusion@gmail.com.