lunedì 24 dicembre 2012
Natale tra i mostri
mercoledì 12 dicembre 2012
un piccolo piccolo teaser...
dalla vostra circus monster princess Cordelia
L'aria ha l'odore del sangue.
Ormai non ho più la forza nemmeno di girarmi, ma in fondo non lo voglio davvero: so già cosa vedrei, e il mio unico desiderio in questo momento, l'unica preghiera che riesca ancora a fare è che mi sia risparmiato il più a lungo possibile il confronto con la realtà.
“Come siamo arrivati... a questo... ?”
E' una domanda retorica questa, ma mi fa ugualmente venire le lacrime agli occhi: non ho infatti risposte da offrire a quella voce bassa e roca, così diversa dalla mia e così amata.
Mi sforzo di ritornare con la mente ai mesi passati insieme.
Già, come eravamo arrivati a questo?
Possibile che dal bene possa nascere tanto male? L'amore è forse qualcosa di sbagliato di per sé stesso, una malattia che dovrebbe venir estirpata ovunque si presenti? Si vivrebbe meglio senza amare? Oppure, più semplicemente, si deve saper accettare che ci sono cose a questo mondo più preziose dei sentimenti, cose che nemmeno la pretesa di “fare del bene” a chi si ama ci consente di violare?
Cerco – senza riuscirci – di scuotere la testa.
martedì 13 novembre 2012
Il Cuore della Città
Le ombre della città si stavano allungando nella tenue luce rossastra del tramonto, avvolgendo con tentacoli scuri le vie ed i vicoli, mentre facevano risplendere di una strana luce malsana le facciate degli edifici rivolti ad ovest.
Ogni tanto incrociava qualche gruppo di giovani, seduti di fronte alle porte degli edifici o appoggiati alle proprie macchine, intenti a fumare o litigare tra loro. Altre volte intravvedeva gruppi più piccoli sgattaiolare nei vicoli verso il loro prossimo misfatto.
Di tanto in tanto la quiete veniva interrotta da un rumore più forte, come il passaggio di un'auto o il distante rumore di qualcosa che si spezza, forse addirittura uno sparo.
Qui e lì si intravvedevano vagabondi sdraiati o gruppetti di strane persone condurre affari probabilmente piccoli, meschini e probabilmente loschi, ma lui non era qui per questo.
Cambiò strada un altro paio di volte e pareva che ad ogni volta che svoltasse queste si stringessero sempre più. Seguiva uno schema nel suo percorso, come una logica nota soltanto a lui. E ogni volta che cambiava strada ne imboccava una ancora più stretta. Incrociava sempre meno persone e sempre più spesso queste persone erano strane, diverse. Alcune avevano occhi di colori strani, altre pareva nemmeno provenissero da questo mondo tanto erano perse nelle loro stesse menti. Alcune invece erano individui oscuri come lui stesso e si nascondevano tra le ombre dei cortili sotto alle fronde degli alberi, come a voler rifuggire i raggi pallidi della luna.
La porta era leggermente rialzata e sulla scalinata quadrata che saliva stava una figura. Pareva piccola. Avvolta in uno spesso mantello nero. Sotto al cappuccio si poteva intravedere un volto senza età, ma sgraziato e brutto nei lineamenti, con un naso sporgente ed un mento nodoso come la radice di un albero secolare. Dalla schiena gli spuntava una gobba che gli dava un'aria irreale e la posizione delle braccia faceva sembrare che questi fosse un uomo estremamente alto la cui colonna vertebrale, attorcigliata in maniera strana, si ripiegasse su sé stessa dando quello strano effetto ingobbito. Le lunghe braccia pendevano ai suoi fianchi ed aveva un'aria annoiata. Lo sguardo che vagava avanti ed indietro alla ricerca di qualcosa su cui posarsi come se quello scenario che aveva davanti fosse sempre lo stesso da giorni e giorni, e forse era proprio così.
<<Sei un buon guardiano, Lachamot.>> Rispose questi, man mano rallentando mentre la figura del gobbo si avvicinava mostrando che in realtà era tutt'altro che piccolo e rachitico, ma alto e imponente nonostante fosse curvo. <<Ti ho chiesto un favore e in cambio te ne ho esaudito un altro. Non temere. I patti sono stati mantenuti.>> E così dicendo estrasse da sotto la giacca una piccola moneta. Sembrava antica, ma la stampa precisa era illeggibile dato che il piombo non aveva mantenuto bene la sua forma per tutto quel tempo. Qui e lì si intravvedeva ancora la doratura che le era stata applicata dal falsario che l'aveva prodotta molto tempo prima.
<<È autentica?>> Chiese Lachamot.
<<Per ora...? Avevamo un accordo, ricordi?>>
L'altro borbottò qualcosa e attorno a lui s'addensò l'ombra. Pareva che la notte si stesse facendo più fitta, come se da sotto al suo mantello uscisse lentamente ombra solida. Chiaramente non era contento.
Lachamot si girò e risalì i suoi gradini e lentamente si aprirono le porte di fronte a lui. La notte si fece sempre più buia e il cielo stava oscurando la luna e la luce di quelle poche stelle che si vedevano oltre agli aloni luminosi della città.
<<Prego...>> Grogogliò il guardiano della porta, cedendogli il passo.
Lewis cercò di ignorare tutto questo e prese la scala sulla sinistra. Tutta la struttura cigolava e scricchiolava ad ogni suo passo e più di una volta dovette ritirare il piede da dove l'aveva appoggiato, sentendo il legno farsi morbido e cedevole sotto al suo peso. A metà percorso, dove raggiungeva la parete in fondo alla stanza, la scala girava verso destra andando ad unirsi alla sua altra parte al centro della sala, sopra al vecchio orologio.
Quando raggiunse l'ultimo gradino sentì sotto di lui suonare dei rintocchi lenti e tristi, che altrettanto lentamente e tristemente percorrevano l'aria come onde sospinte dal mare placcido. Si udirono degli scricchiolii e davanti a lui, in fondo ad un altro corridoio che iniziava dove la scalinata finiva, si aprì una porta.
Il corridoio era piuttosto lungo e le mura di questo erano storte al punto che il percorso stesso fra queste pareva serpentino. Ad intervalli irregolari si aprivano altre porte su quello spazio angusto, ma tutte erano chiuse e Lewis non poté curiosare oltre. Decise così di dirigersi direttamente a quella che gli si trovava davanti. Alle sue spalle sentì i rintocchi dell'orologio affievolirsi e poi un tonfo mentre il portone che dava inizio a quel corridoio si chiudeva pesantemente. "Dannazione." Pensò. "Dovevo fare più attenzione..." Scosse il capo facendosi avanti fino a raggiungere quell'apertura, il più lontano possibile da quei cupi rintocchi che ancora lo perseguitavano attutiti ma non smorzati dal portone di legno dietro di lui, e sbirciò oltre.
La stanza era grande forse la metà del salone che si trovava all'ingresso, ma l'ordine le dava un aspetto più spazioso. Lungo tutte le pareti erano state allineate delle librerie, tutte di fattura diversa, cariche di libri e pergamene dall'aspetto antico. Lewis sapeva che quelle dovevano contenere tutta la storia della città. Era per questo che era venuto fin qui. Qui e lì l'immensa parete di librerie s'interrompeva per lasciare spazio ad una finestra, ma anche in questo caso nemmeno un millimetro di parete era lasciato libero ed i mobili circondavano letteralmente l'apertura su tutti i lati. Le finestre stesse erano in grandissima parte sbarrate con assi di legno e la debole luce della città filtrava pochissimo e illuminava poco o nulla. L'unica fonte di luce erano una serie di candelabri poggiati su di una scrivania in legno massiccio posta al centro della stanza, che reggevano molte candele ormai sciolte e ridotte a poco più che cumuli di cera incrostati sulla superficie del tavolo.
Dietro alla scrivania sedeva una donna. Questa era ovviamente vecchia e la sua pelle rugosa era del colore della pergamena e coperta di inchiostro. Lewis si avvicinò di qualche passo e vide che quell'inchiostro sulla sua pelle si muoveva e ricreava forme sempre nuove: scritte, disegni, simboli. Di fronte a sé teneva un libro aperto, che accarezzava con un dito, ma laddove il dito toccava lasciava delle scritte disordinate o produceva dei segni incomprensibili. Era tanto china sul suo lavoro che non si accorse nemmeno del suo ospite finché i rintocchi dall'orologio nel salone non cessarono e finalmente udì scricchiolare poco lontano da lei il pavimento.
Sollevò lentamente il capo, quasi come se l'ossatura si stesse riadattando ad una nuova conformazione, ed il viso nascosto dai lunghi capelli grigi e macchiati da chiazze di inchiostro si fece più visibile. Con grande stupore vide un volto di fanciulla, bella ma inespressiva, con la pelle grigia e senza tempo ricoperta anche questa dal quello strano inchiostro che sgorgava dalle voragini nere laddove avrebbero dovuto esserci gli occhi.
<<Benvenuto.>> Disse il Cuore della Città. <<Ti stavo aspettando...>>
mercoledì 7 novembre 2012
Work in Progress
Ci siamo presi (penso giustamente) un po' di tempo dalla nostra attività per recarci in pellegrinaggio al Lucca Comics and Games 2012.
A breve riprenderemo l'attività.
mercoledì 24 ottobre 2012
Chiodi nelle Ali - work in progress
Devo dire che mi sto divertendo parecchio! XD
Ecco a voi un piccolo stralcio...
giovedì 18 ottobre 2012
Una pagina di Favole del Crepuscolo
giovedì 11 ottobre 2012
Il Corvo e il Serpente
Il corpo doleva in ogni punto e la testa pulsava violentemente.
La vista annebbiata vagava verso l'alto e vedeva grigio, forse un cielo cupo, gonfio di nuvole. Di tanto in tanto riusciva a delineare delle figure nere che sfrecciavano da un angolo all'altro del suo campo visivo, lasciando chiazze scure che gli rimanevano impresse quando chiudeva gli occhi. Il fango oramai secco gli tirava la pelle del viso.
Dov'era?
Cominciando a riprendere i sensi, realizzò di essere disteso sulla schiena. Le braccia gli pesavano a causa dell'armatura che, debole com'era in quel momento, gli pareva impossibile smuovere o sollevare. Il dolore si stava concentrando da qualche parte all'altezza del tronco, forse sul lato sinistro.
Le immagini sfocate cominciarono a prendere forma.
"Al termine di grandi battaglie si scatenano quasi sempre piogge straordinarie." aveva sentito dire una volta.
Grandi battaglie...
Quel pensiero accese qualcosa nel suo profondo. All'improvviso, come se fino a quel momento non avesse respirato, trasse un profondo respiro. L'odore di cadavere, assieme al dolore che questo gesto provocò al suo fianco ferito, lo stravolse e per poco non perse i sensi. Si rese conto che rimanere in mezzo a tutti quei corpi e al fango sarebbe stata la sua fine.
Ogni muscolo del suo corpo protestava, ma alla fine il suo istinto prevalse.
Facendosi forza, cominciò a girarsi sul fianco illeso. Ogni movimento e ogni respiro gli facevano torcere le viscere per la nausea e il dolore, ma non poteva mollare. Lentamente, molto lentamente, appoggiò la mano sinistra a terra e spinse. Poi puntò il gomito destro e un po' alla volta si mise faticosamente a sedere. A tentoni trovò qualcosa a cui poggiare la schiena. Quando riuscì a raggiungere la sagoma rigida, qualunque cosa fosse, si lasciò andare e, sopraffatto dallo sforzo e dal dolore, chiuse gli occhi.
Quando li riaprì stava di nuovo piovendo. L’umidità copriva in parte l’odore di cadaveri che lo circondava e il sonno irrequieto, nonostante fosse stato lungi dall’essere riposante, gli aveva fatto recuperare qualche energia. La ferita continuava a pulsare, ma meno intensamente. Forse in realtà era meno grave di quanto gli era parso all’inizio.
Abbassò lo sguardo, scuotendo il capo per risvegliare i sensi intorpiditi.
Tutto attorno a lui giacevano cadaveri. Molti di questi erano raggruppati o accatastati, ma almeno altrettanti giacevano abbandonati per tutto il campo di battaglia. Qui e là qualcuno di questi spiccava per qualche oggetto di valore, come un’armatura, ma la grande maggioranza era vestita in maniera povera o portava corazze leggere. Ovunque erano sparse picche e alcune armi corte come asce e daghe.
Gran parte dei soldati a terra portava le insegne di Forlì o il blu e giallo della famiglia Riario, mentre alcuni erano riconoscibili come mercenari o soldati dei contingenti alleati.
Cominciava a ricordare. Una guerra tra le famiglie Riario e Sforza per il controllo di un qualche territorio. Nonostante i ricordi cominciassero a riaffiorare era ancora tutto nebuloso e confuso. Da che parte aveva combattuto? Che ruolo aveva avuto?
Ricacciò questi pensieri. Ora doveva pensare alla propria sopravvivenza. Poco lontano da lui giaceva una lunga picca da fante piantata nel terreno. Poggiandosi di peso all’asta dell’arma gli riuscì di rialzarsi dopo pochi tentativi e di cominciare a muovere qualche passo barcollante. Guardandosi alle spalle s’accorse che fino a quel momento era rimasto appoggiato ad una sella ancora parzialmente attaccata a una carcassa di cavallo. A qualche distanza da questo era sdraiato un uomo in armatura pesante, forse lo stesso cavaliere trascinato a terra dal nemico prima che la sua cavalcatura venisse abbattuta. Il corpo del guerriero era parzialmente nascosto da un ampio cespuglio sulla soglia d’un boschetto ai margini del campo di battaglia. Decise di avvicinarsi.
Spostando alcuni rami secchi con l’asta dell’arma vide un’armatura riccamente ornata recante sul petto lo stemma di un serpente dorato che risaliva a spire dalle cui fauci usciva un uomo con le braccia alzate: il simbolo del Casato Sforza. Al fianco, appesa ad un pesante cinturone, pendeva un ornato fodero di spada, mentre l’arma stessa era appena visibile sotto al fogliame autunnale a qualche passo di distanza. Incuriosito, risalì con lo sguardo fino al volto del guerriero. Non doveva avere più di una quarantina d’anni. Il viso squadrato increspato dalle rughe e dalle cicatrici di molte battaglie era coperto da una barba chiara e ispida che a tratti sfumava verso il grigio. Gli occhi scuri erano socchiusi. Un volto che lui aveva certamente già visto prima.
Guardò meglio.
Il viso dell’altro riprese vita. Debolmente riuscì ad aprire gli occhi e lo guardò. “Massimo.” Riuscì a dire, quasi sottovoce. “Oh, grazie a Dio...” Mugugnò.
Massimo. Il suo stesso nome gli piombò addosso come un peso, dandogli nuovamente una dimensione in quella situazione surreale. Massimo Lupi detto “il Corvino” o “il Corvo”, soldato di ventura al soldo di Venezia. I pezzi stavano cominciando a tornare al loro posto.
“Costanzo Sforza.” Rispose lui, a mezza voce. “Siete più coriace di quanto non mi aspettassi.”
“Ti sorprenderei, ragazzo.” Tossì piuttosto violentemente, nello sforzo di parlare. “Non sono sopravvissuto a guerre con Veneziani, Fiorentini e Romani per farmi ammazzare da quello stolto del Riario.” Sputò quel nome con disprezzo.
“Mi sa che questa volta ci siete andato più vicino di quanto non vorreste ammettere.”
“Sciocchezze! In Toscana ho visto di peggio.” Borbottò l’altro. “Ed ora dammi una mano ad alzarmi... Temo d’essermi rotto una gamba.”
Faticò non poco per rimetterlo in piedi e spesso dovette fermarsi perché una volta doleva il fianco a lui, una volta la gamba all’altro, un’altra ancora perché il peso o qualche pezzo dell’armatura dello Sforza gli impediva di muoversi bene. Per quel poco che ne sapeva Massimo dell’arte medica appresa sul campo di battaglia, la gamba del cavaliere, seppur probabilmente spezzata, era fortunatamente in condizioni abbastanza buone da affrontare un breve viaggio almeno fino a Montelabbate.
Quando riuscirono a mettersi in marcia era ormai pomeriggio inoltrato e, attraverso le nuvole che andavano diradandosi, si poteva vedere il sole calare verso ovest. Mentre attraversavano il campo di battaglia, il vecchio analizzò la disposizione dei morti con occhio esperto. “Temevo peggio.” Affermò dopo un lungo silenzio. “Alla faccia di quel dannato Girolamo. I suoi archibugi non sono valsi quel che li ha pagati, a quanto pare.” Molti dei cadaveri a terra, notò Massimo, recavano le insegne della Chiesa o del casato Riario. “Pace all’anima di questi poveri diavoli.” Commentò Costanzo. “Erano dei bravi soldati. Uno spreco per questa guerra inutile."
Guerra inutile. Uno strano concetto per soldati di ventura, come loro, disposti a combattere per il migliore offerente. Costanzo Sforza stesso aveva combattuto dall’altra parte del fronte, appena qualche anno prima, poi era passato coi milanesi ed ora parteggiava per Venezia in cambio di una buona condotta di militari ed il titolo di Governatore Generale.
“Raccogli la mia spada, ragazzo. Torniamo al castello.” Concluse lo Sforza con voce roca. “Per oggi ne ho avuto abbastanza, di tutto questo.”
Il castello di Montelabbate si trovava poco più a sud e fin da lì lo si poteva vedere stagliarsi in cima alla collina sopra il paese. L’attacco nemico, proveniente da nord, li aveva costretti ad uscire allo scoperto per evitare che la cittadina venisse saccheggiata dai soldati del Borrini, tra i quali molti erano mercenari.
Massimo da solo avrebbe raggiunto la fortezza prima del calar del sole, ma con lo Sforza ferito sarebbero arrivati certamente dopo il calar del sole.
Dapprima dovettero discendere il fianco della collina sulla quale s’era combattuta la battaglia, lungo un percorso di sentieri che attraversavano basse boscaglie piene di rovi. La discesa fu difficile e più volte dovettero fermarsi, perché Costanzo continuava a tossire ed accusare dolori ad ogni parte del corpo.
L’attraversamento della vallata tra le due colline fu più semplice, poiché il terreno pianeggiante e coltivato poneva meno ostacoli e permetteva ai due di proseguire abbastanza rapidamente nonostante il sole fosse oramai svanito tra i colli in cima alla valle.
Massimo però non riusciva a trovare pace. Mentre il suo Signore sembrava via via distendersi man mano che si allontanavano dalla battaglia, per quanto glielo consentissero le sue ferite, Massimo continuava ad essere teso. Si sentiva osservato e nella sua mente si stava facendo strada il timore d’essere seguito. Da chi?Si fermarono di nuovo, questa volta in un piccolo piazzale all’incrocio tra due vie sterrate che attraversavano i campi. Costanzo stava mostrando segni di debolezza sempre più evidenti ed era stremato per la lunga marcia in quelle condizioni. Massimo lo fece sedere su un masso dalla superfice piatta e si appoggiò alla lancia per riprendere fiato.
Fu in quel momento che se ne accorse.
Un movimento tra le piante del boschetto alla sua sinistra. Sulle prime pensò si potesse trattare d’un animale, ma i suoi timori lo fecero desistere da una giustificazione tanto semplice. Rimase in ascolto per qualche altro momento, guardandosi attorno e tendendo le orecchie ad ogni minimo suono.
Sulle prime, nulla.
Poi però di nuovo un suono, questa volta più vicino, un fruscio dal campo di grano nella direzione opposta al primo movimento che aveva individuato. Il sospetto si stava facendo convizione.
Si raddrizzò e prese la lancia con entrambe le mani, puntandola alternamente verso il bosco e verso il campo, aspettandosi di veder qualcosa balzare fuori in qualsiasi momento.
Una breve occhiata al ferito che, esausto, non s’era accorto di nulla e continuava a portare le mani alla gamba ferita, cercando di trattenersi dal gemere di dolore.
“Mio Signore.” Intervenne a mezzavoce Massimo. “Mio Signore Sforza.”
“Che... Che c’è?” Chiese l’altro di rimando evidentemente scocciato quanto dolente per la ferita.
“Temo ci abbiano seguito.”
“Che diavolo stai dicendo, ragazzo? Chi?”
“Loro...”
Si stavano facendo avanti dalle ombre della sera, ammantati di nero, dei figuri scuri coi volti coperti. Al chiarore degli ultimi raggi del sole, il ferro d’una lama brillava nell’oscurità tra le fronde.
Massimo puntò la lancia e piantò i piedi.
Erano circondati.
Questa è la prima puntata della serie che sto scrivendo dal (provvisorio) titolo "Anno Domini 1483".
Sto facendo delle ricerche storiche via web sull'epoca per rendere meglio i personaggi e l'atmosfera e devo dire che mi sono reso conto d'aver sempre sottovalutato questo periodo storico affascinante e ricco d'intrighi.
Vi lascio due link per saperne di più su qualche nome che è stato fatto nella puntata di oggi:
Costanzo I Sforza
Girolamo Riario

